Non ricordo neanche per quale motivo mi sono imbattuto in questa breve ‘auto apologia’, come essa stessa viene definita dal suo autore, nickname ‘Falecius’, dal sito Bruttastoria.it. Mi sono imbattuto per caso in questo blog dedicato allo slang, al gergo giovanile presente e passato e per pura curiosità sono andato alla voce ‘Secchione’, non perché mi riconosca in tale termine ma perché più volte è stato accostato alla mia inclinazione per i buoni risultati scolastici. Sotto alla definizione (“Dicesi spregiativamente di persona che dedica con grande profitto la sua esistenza allo studio. Si tratta di un personaggio tipico dell’universo adolescenziale (medie e superiori), mentre tende a sfumarsi ai due estremi,elementare ed universitario, del curriculum studiorum”) ho trovato questo testo, che mi ha davvero colpito. Davvero. Non mi sono mai concentrato su un attento pensiero di quel che la gente pensi di me, sul fatto che abbia splendidi risultati scolastici e cose del genere, ma mi sono sempre ‘limitato’ ad autocommiserarmi e, in fondo, a dispiacermi per quel che io non
i sento di essere ma che la gente invece pensi.
Non credo sarei mai stato in grado di scrivere un pezzo così secco e che vada dritto al cuore della situazione, per cui ve l’ho voluto riproporre. Spero vi faccia riflettere. E’ un testo sulla mediocrità, sulla voglia di migliorare, di essere migliore. Io l’ho letto in questa chiave, spero possiate ricavarci qualcosa di importante e costruttivo.
“Per una notevole percentuale della mia esistenza, e più a torto che a ragione, sono stato etichettato come secchione. La cosa mi infastidiva; un secchione standard è uno che non esce nemmeno quando ha finito i compiti perché vuole “approfondire”. O magari uno che va benissimo a scuola ma non ha metodo di studio, quindi per prendere otto, cosa che reputa la realizzazione del proprio essere, trascorre infelici pomeriggi a rompersi la testa contro Dante o il teorema di Tizio e Caio. Data la percentuale di tempo che ho mediamente dedicato allo studio, non ritenevo né ritengo affatto di essere secchione: uscivo, mi divertivo, bevevo, mi facevo le canne e studiavo una media di 15 minuti al giorno. Per la mia posizione, “secchione” era un insulto sanguinoso, capace di devastare il mio ruolo sociale di gaio viveur che però fa il suo dovere. I compagni ed in specie le compagne di classe mi attribuivano tale appellativo con invidia, sulla base dei miei risultati in pagella. Il punto è che con quei voti lì, o sei il cocco, o sei un secchione o sei un genio. Io ero un genio. Non lo dico per vantarmi. Era vero, e riconosciuto pubblicamente da chi aveva il coraggio di farlo: ovvero i secchioni autentici, ed i pluribocciati, che sono, nel giudicare i voti altrui notoriamente i più equanimi. Io sempre ritenuto la birretta serale più importante del voto il giorno dopo; non per la birretta in sé ma per tutto ciò che c’era intorno, tipo le ragazze che uscivano con noi. “Secchione” è infatti epiteto e categoria usata, difensivamente, dal mediocre, da chi potrebbe attendere a buoni risultati ma non lo fa, perché non sa o non vuole. Prendete mio fratello, che ha passato la terza media con uno scarno “sufficiente”. I miei, comprensibilmente insoddisfatti, gli hanno opposto le più brillanti prestazioni dei compagni. Risposta: “Ma quelli là sono secchioni”. Il termine serve a dare valore negativo a qualcosa (l’andar bene a scuola) che di per sé sarebbe apparentemente positivo. E’ un modo per escludere socialmente e riaffermare da parte della comunità antropologica dei mediocri, della piccola borghesia scolastica, il proprio sistema di valori, più o meno dichiaratamente anti-scolastico. Il Secchione tipo non ha una soddisfacente vita di relazione, in particolare tende ad essere “sfigato”. Questo vale in specie per il maschio, perché la ragazza, se è figa, può compensare il fatto che studia comportandosi da troietta. Essere secchione, dal punto di vista della vita sessuale, è come avere la lebbra. Se per caso ha una ragazza, è secchiona anche lei, ed è anche cesso, perché una secchiona figa, appunto, usa gli attributi fisici per uscire dal suo ghetto sociale, e magari si fa il tamarro. Qui il secchione comincia a sfumare nel nerd. La rivincita e l’archetipo del secchione/nerd è Peter Parker, l’Uomo Ragno. I primi fumetti di Stan Lee sono una feroce denuncia sociale della discriminazione ed oppressione che il secchione subisce, della sua incapacità a vivere una vita sociale normale, della crudeltà femminile in materia. Infatti il riscatto non avviene nella normalità, dove è impossibile, ma nella sfera mitica del superpotere, nella notte e dietro la maschera. Certo, poi arriva Mary Jane, però, fatemelo dire, Peter Parker si fa mary Jane perché è l’uomo ragno, non perché è Peter Parker. La storia di Alicia, che odia e disprezza Parker quanto ama e venera l’Uomo Ragno (senza conoscerne l’identità) è emblematica.”


















ahaha “piccola borghesia scolastica” è bellissmo!!