Ciascuno di noi insegue il piacere in maniera differente e tutti ne abbiamo ovviamente una concezione e un’immagine personale diversa. Per qualcuno è bere una tazza di caffè caldo; altri provano questa strana sensazione quando il loro sorriso viene ricambiato per strada; per altri il piacere si riscontra nella gioia del sapere; per altri ancora è amare una persona e raggiungere il culmine di questo legame grazie all’unione sessuale; c’è anche chi nell’esasperazione della ricerca del piacere si scopre goloso o lussurioso nella trasfigurazione grottesca di questa sensazione, come ne “Il Ritratto di Dorian Gray” del trasgressivo Oscar Wilde. Se Botticelli a questo riguardo dipinge una splendida Venere che apre il cuore con la sua bellezza solo a guardarla, per Brecht il piacere, come sinonimo della gioia di vivere, sono i piccoli gesti della vita quotidiana che portano felicità; per Matisse la gioia di vivere viene esemplificata dalla danza sfrenata in girotondo del suo capolavoro “La danse”; se ogni animo si rallegra quando termina la tempesta e gli uccellini tornano a far festa, Leopardi dentro di sé sa in realtà che tutto ciò che lo circonda è solo un’effimera esalazione di piacere nata da un momento di assenza di dolore e oscurità e perciò non si abbandona alla felicità per paura di esserne ferito.
Ma cos’è il piacere? Nel provare questa sensazione, bisogna stare molto attenti a non sovrapporne semanticamente il concetto con quello di felicità.
il piacere è qualcosa di primordiale che nasce dalle viscere del nostro corpo, della nostra anima, indescrivibile nella sua intensità che ci assale quando la proviamo sin dalla notte dei tempi. Scientificamente il “piacere” è il fenomeno di una fittissima rete di connessioni tra le sinapsi del cervello che si attivano grazie ai recettori sensoriali sparsi per tutto il nostro corpo, che si conclude con la secrezione di ormoni che provocano la sensazione che tutti noi proviamo e dalla quale desideriamo sempre esserne dilaniati. Spesso la vita dell’uomo si configura nella ricerca esasperata del piacere (che può essere sessuale, filosofico, materiale,…) e la relativa questione filosofica è stata oggetto di numerose elucubrazioni a partire dal sistema etico teorizzato concretamente dalla scuola Cirenaica, fondata da Aristippo tra il V e il IV secolo a.C. Questa corrente di pensiero prende il nome di Edonismo dal termine greco che indica il piacere e il godimento ed è una dottrina che ha come valore fondamentale e risposta al significato della vita umana il conseguimento dei propri piaceri personali per appagare l’anima e raggiungere così la felicità.
Questa concezione viene in seguito riproposta sempre in Grecia dal filosofo Epicuro, che vedeva il “bene” come piacere e il “male” come dolore, in un’ottica che permane ancora oggi nella nostra inconscia ricerca sistematica del piacere, come difesa da tutto ciò che provoca sentimenti opprimenti e desolanti; una ricerca che ormai è talmente radicata dentro di noi da esser diventata un’ossessione che crea irrimediabile assuefazione, gettandoci in un circolo vizioso di ossessionato desiderio di piacere che ci allontana dal suo fine originario: portare felicità.
È perciò diventato dunque il piacere fine a se stesso?
Tutto ciò che siamo spinti a fare (bere, mangiare, dare ascolto a pulsioni fisiche, acquistare beni materiali superflui) lo facciamo in nome della vera felicità, che desideriamo fortemente ma raramente raggiungiamo, con il risultato conclusivo di fermarci solamente al piacere istantaneo che traiamo dalle suddette azioni. Ecco così che se ci facciamo caso ci rendiamo conto che l’indagine che ha come scopo la gioia è dovuta ad un’ansia, una sete nascosta di felicità che riusciamo a placare in maniera totalmente effimera con gocce di piacere ma non ad estinguerla, perché il piacere non implica necessariamente la beatitudine d’animo.
Il piacere, caduco, fragile, senza certezze, si colloca infatti un gradino sotto, nel rapporto che può intercorrere tra il mezzo rispetto al fine ultimo dell’azione, in questo caso la vita serena.
Questo ragionamento sottintende però un’ulteriore ed ultima domanda che ognuno di noi si è posto almeno una volta nella vita: esiste davvero la felicità? Sì, essa c’è, ma non dobbiamo crearci false attese e disilluderci in maniera dolorosa quando scopriamo inevitabilmente che essa non può esistere in una forma infinita e duratura, come ci ricorda Giacomo Leopardi, proprio perché si fonda anche sull’estemporaneità di qualcosa come il piacere. Per non soffrire bisogna stare attenti perciò a non cadere nell’illusione dell’adempimento di un risultato quasi impossibile, ossia la vera felicità, ma anche tenerci lontano dalla ripetizione sistematica di gesti meccanici con il solo scopo del raggiungimento di puro piacere fine a se stesso.


















Scusami, ho dimenticato la parola piacere.
Riscrivo la frase: Ho letto con molto interesse
la Tua analisi sul .
Buongiorno, ho letto con
molto interesse la Tua analisi sul
La mia idea sul piacere è personale e semplice.
Trovo piacere quando “godo” del “benessere”
che la vita mi regala.
Buona giornata
Gina
Grazie mille per aver commentato, non riesco a capacitarmi di come sia riuscita a raggiungere il mio post
Alla prossima!
Ciao Francesco, ti ho raggiunto perché ti cercavo … ( scherzo, ma non troppo)
Ti ho trovato mentre navigavo in rete, e visto l’argomento mi sono fermata.
Buona serata
Gina
[...] – “Practica Realizarii Sinelui” – vol I Legat de acest subiect vezi si: http://pamin.wordpress.com/2011/03/02/piacere/ S-ar putea sa ti se para relevant si: http://whyty.wordpress.com/2011/02/04/beatitudine/ Tags: [...]